Paolo Molinaro
Presidente di Aipem
Gli anni Ottanta.
Li ricordo come un’esplosione di colori, di ottimismo, di fiducia nel futuro. Le città si accendevano di luci al neon, la televisione diventava finestra sul mondo, e la pubblicità cominciava a parlare la lingua dei sogni.
Era il decennio dell’eccesso, sì, ma anche della scoperta: di nuovi linguaggi, nuovi media, nuove ambizioni. Le aziende volevano raccontarsi, e noi imparavamo ogni giorno a dare forma a quelle storie.
La pubblicità di quegli anni era una vetrina dei desideri: esuberante, ironica, a volte sfacciata e per la prima volta diventava parte integrante della cultura di massa.
Ricordo quel periodo come un grande laboratorio creativo: i marchi cercavano di raccontarsi, e noi di Aipem provavamo a dare forma a quei racconti con linguaggi sempre nuovi. C’era un’energia contagiosa: la voglia di costruire qualcosa di bello, di sorprendere, di emozionare. Ogni cliente era un’avventura, ogni campagna un esperimento.
Si lavorava con le mani, con la mente, e soprattutto con il cuore. Era il tempo delle grandi idee e delle piccole follie, di slogan che ancora oggi ricordiamo. Ma dietro a quella leggerezza, c’era un’intuizione profonda: la comunicazione non era più solo strumento commerciale, stava diventando cultura condivisa.
In quegli anni, Aipem cresceva insieme al Paese. Abbiamo iniziato a collaborare con marchi che avrebbero fatto la storia — Segafredo, Snaidero, Pittini, Fantoni, Trudi — e a portare nel mondo l’immagine di un Friuli che sapeva innovare e rinascere.
La pubblicità ci ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi, a capire che un messaggio può cambiare la percezione, accendere desideri.
E che la creatività, quando è autentica, non invecchia mai.
Oggi, riguardando a quel decennio, non vedo solo colori e slogan. Vedo l’inizio di una consapevolezza: quella che la comunicazione, per restare viva, deve continuare a far sognare.
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Parliamone. Da 50 anni affianchiamo PMI e grandi aziende nello sviluppo di brand solidi e coerenti.